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Passeggeri spiati in volo: la confessione shock di Cathay Pacific
Pubblicato il 11/08/2019

TransportiHong Kong

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Si riapre il dibattito privacy sulla sorveglianza dei passeggeri in seguito alla rivelazione della compagnia aerea cinese che ha confermato di raccogliere immagini durante il volo per fini di marketing. E se un occhio segreto vi spiasse anche a 10mila metri di altezza?

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© Piotr Trojanoswski/123RF

Ormai viviamo in un mondo dal quale la privacy sembra essere stata bandita, persino a 10 mila metri d'altezza. L'occhio del Grande Fratello profetizzato da Orwell è già realtà. Le telecamere poste di fronte ai sedili di alcune compagnie aeree internazionali avevano insospettito i passeggeri da un po' di tempo, scatenando numerosi dibattiti che avevano coinvolto American Airlines e United Arlines.

Lo scandalo si era appianato dopo le che compagnie avevano giurato e spergiurato che le telecamere erano spente, non registravano nulla, facevano semplicemente parte di un sistema di intrattenimento che in futuro avrebbe concesso cose strabilianti, come organizzare video conferenze ad alta quota. Ogni preoccupazione era quindi stata sopita da un elogio alla magnificienza della rivoluzione tecnologica. Quel piccolo occhio segreto posto proprio di fronte al sedile era apparso come un innocuo teleobbiettivo, lo schermo spento di un televisore, un'installazione necessaria e non invasiva. Tutte le compagnie aeree dichiaravano infatti a gran voce: "Le telecamere non sono in funzione, sono disattivate." Pochi giorni fa invece è giunta inaspettata la voce fuori dal coro, la rivelazione shock di Cathay Airlines, la compagnia cinese con base a Hong Kong, che ammette di raccogliere le immagini dei passeggeri a bordo e di registrare il loro utilizzo del sistema di intrattenimento in volo (IFE).

La compagnia si difende dalle accuse ribadendo di utilizzare i dati raccolti a fini di marketing, per migliorare l'intrattenimento in volo e per ovvie ragioni di sicurezza. "Tutte le immagini sono gestite come dati sensibili" puntualizza il portavoce della compagnia "e non sono posizionati microfoni o sensori al fine di monitorare i passeggeri." Non si tratta, insomma, di obbiettivi spia, almeno non nel vero senso del termine: le telecamere infatti non sono orientabili né regolabili. Con queste attenuanti Cathay Arlines difende la propria posizione. Tuttavia l'aver ammesso di sorvegliare i propri passeggeri non gioca propriamente a favore del buon nome della compagnia, considerando che nel 2018 Cathay Airlines ha denunciato una violazione dei propri archivi digitali nei quali erano conservati i dati di oltre 9 milioni di persone.

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© Matej Kastelic/123rf

Il sospetto dilagante è che la rivelazione shock di Cathay Airlines sia solo la punta dell'iceberg, la messa in evidenza di un processo ormai consolidato che avviene a nostra insaputa. Già da lungo tempo si è aperto il dibattito sulla possibilità che i grandi aerei dotati di monitor per ogni passeggero nascondano, negli occhi segreti delle telecamere, dei circuiti invasivi. L'ultima legge europea emanata in materia di sorveglianza in volo, la Passenger Name Record PNR, del resto fa pensare: la nuova direttiva prevede la raccolta indiscriminata dei dati di tutti i passeggeri, indipendentemente dal fatto che essi siano indagati o sospettati di qualche intenzione di reato. Sarà poi il computer, mediante una complicata tecnica di algoritmi, a individuare una presunta minaccia terroristica.

Quello che le inchieste internazionali rimproverano a questi sistemi è innanzitutto la mancanza di trasparenza. Ma, del resto, oggi viviamo in un mondo in cui le telecamere sono posizionate dappertutto: ritroviamo quei piccoli occhi neri che ci scrutano sugli schermi degli smartphone, dei tablet, dei laptop, stanno diventando una presenza abituale nella nostra vita, tanto da passare quasi inosservate. Eppure l'idea di essere spiati ancora ci indigna. Il messaggio ora viene fatto passare addolcito come una caramella al limone: è per il vostro bene, per la sicurezza, per la tutela, per migliorare il vostro viaggio, ripetono.

E alla fine si finisce per pensare che davvero è così: nello scontro tra bisogno di privacy e desiderio di sicurezza, alla fine vince la seconda. I passeggeri preferiscono sentirsi protetti, soprattutto se non hanno nulla da nascondere. La privacy è morta, si dice, è la conseguenza delle nuove tecnologie: che oggi ci inseguono persino ad alta quota.