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Marocco dei miei sogni.
Come spesso accade nei romanzi africani, per buona parte degli autori la terra d'origine non coincide con quella in cui al momento vivono. Immigrati di prima o seconda generazione in Europa (quasi sempre in Francia), la scrittura rappresenta per loro un riscatto identitario, e i temi affrontati rispecchiano situazioni complicate per cultura e contesto.
C'è un filone, nella letteratura marocchina, di scrittrici donne. Nei loro testi il Marocco diventa la terra madre, il luogo del ritorno e dell'accoglienza. Redatti in francese o in arabo, questi romanzi raccontano di paesaggi bruciati dal sole e mercati polverosi, di donne che faticano a far rispettare i propri diritti e di voglia di studiare. Fès, Tangeri, le città maghrebine in genere sono descritte nelle loro vie labirintiche e ombreggiate, riparo dal sole cocente del deserto. Come nei racconti di Ben Jelloun, si delineano città che sono universi urbani dai colori fantasmagorici, fatti di segni, simboli, sogni e critiche profonde dei sistemi politici locali.
In Ben Jelloun, in particolare, la città è spesso metafora di corpi e scrittura: Fès ha strade « che sono frasi e perifrasi », e questo labirinto urbano si trasforma in una scrittura che è caotica, impregnata di simboli e tradizioni.
Non manca mai, inoltre, una diffidenza di sottofondo o quantomeno un rapporto ambiguo nei confronti di questa creazione coloniale che è la città: vittime di un sentimento di depossessione rispetto alla propria terra, i maghrebini (gli africani in genere) si trovano a rapportarsi con un nuovo modo di vivere lo spazio.
Nell'intrico di frasi tipico di questa letteratura, la città e la terra marocchina emerge pian piano.
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