Più che sui nostri quotidiani nazionali, degli articoli sono stati soprattutto pubblicati da testate inglesi e francesi, ma la loro gravità non cambia. Quanto meno sconfortante, si riporta la notizia di un safari umano sulle isole Andamane dell'India.
In un articolo tanto illuminante quanto avvilente, un giornalista del Guardian descrive come i membri della tribù dei Jarawa, sulle isole Andame indiane, siano sfruttati in uno spettacolo degradante, vittime loro malgrado della stupidità di un certo tipo di turismo occidentale. L'articolo riporta che ogni giorno "centinaia di turisti" si mettono in fila per accedere alla Andaman Truck Road che porta alla riserva, dando prova dello stato dello stand by su cui hanno collegato il loro cervello per la durata della vacanza. In teoria, nessuna foto, nessuna ripresa e nessuno contatto dovrebbero caratterizzare l'escursione. La realtà è ben diversa: banane e biscotti sono lanciati dai turisti ai membri della tribù a bordo strada, in una sequenza che ricorda in modo raccapriciante lo spettacolo in uno zoo. Abusi e violenze da parte degli organizzatori fanno anche tristemente parte della storia.
Appena dimenticato l'episodio dei Jarawa, dall'altra parte del globo, in Perù, si denuncia un trattamento simile. Il safari umano si organizza questa volta in Amazzonia. L'aumento del turismo nella regione di Manù ha sviluppato questa triste pratica nei confronti della tribù dei Mashco-Piro, che non ha contatti con il mondo esterno. Fenamad, una ONG locale, riporta il Guardian, denuncia le pratiche di alcuni tour operator che organizzano delle escursioni "alla scoperta" gli indigeni. In questo secondo articolo, Rebecca Spooner di Survival International ricorda che "le tribù indigene senza contatti con il mondo esterno non sono un'attrazione turistica". Fuori contesto, sembrerebbe una frase di cattivo gusto ma a quanto pare necessaria per rimettere in riga alcuni operatori turistici. Al di là della necessità di rispettare il desiderio di isolamento di queste tribù, l'ONG Survival International sottolinea un fattore sanitario: avendo vissuto senza contatti con il mondo esterno, i membri di queste tribù non dispongono degli anticorpi necessari per essere protetti dalle malattie. Anche un comune raffredore può rivelarsi letale. Sul sito dell'ONG si può leggere: "dopo un primo contatto [con persone del mondo "esterno", NdR] è comune che oltre il 50% dei membri della tribù muoiano". Una realtà che andrebbe comunicata sistematicamente per corrigere alcuni comportamenti nati, si spera, dall'ignoranza dei fatti e non da un'incoscienza mirata al guadagno.
Senza dover ricorrere ai casi estremi, legati alle particolari condizioni di alcune tribù indigene dell'Amazzonia, un pizzico di coscienza in più, tanto quanto negli operatori che nei turisti stessi, non farebbe male. Presentare la diversità etnica e culturale di un paese è senza dubbio una ricchezza ma non si deve immolare sull'altare dell'economia turistica la dignità dell'essere umano. Una nozione che il viaggiatore come il turista può senza dubbio comprendere, facendo sua una massima del senso comune generale: non fare agli altri quello che non si amerebbe essere fatto a sé stessi.
V. Maiella
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