Presunto colpevole: è lo statuto al quale deve rispondere il viaggiatore ai controlli della sicurezza israeliana dell'aeroporto Ben Gurion. Le tre ore di anticipo con le quali ci si dovrebbe presentare all'aeroporto per degli imbarchi internazionali non sono da prendere alla leggera. Tre i controlli da passare in tutto, due dei quali da effettuare prima ancora di arrivare al banco del check-in. Come spesso accade, la lunghezza della fila è variabile, ma se si capita in un momento di coda prepararsi ad aspettare, in piedi. Di recente di ritorno da un servizio a Gerusalemme, è quello che mi è capitato.
Avendo preso in conto gli stretti controlli israeliani, giunta con dovuto anticipo all'aeroporto, mi sono ritrovata ad aspettare in coda per i primi controlli di identità, una buona mezz'ora. Arrivato il mio turno, ho scoperto che per la security israeliana il viaggiatore è un presunto colpevole. Senza volere inaugurare un dibattito sulla pertinenza dei controlli, è tuttavia necessario evidenziarne i modi. Decisamente poco avvenenti. Vi si richede il passaporto, va bene, lo si splulcia con una meticolisità certosina, alla ricerca probabilemente di "visti pericolosi", e poi partono le domande, da interrogatorio: "dove siete stati, cosa avete fatto, con quale scopo siete venuti in Israele". La notizia di essere una giornalista, inoltre accompagnata da un fotografo professionista, non deve avere fatto loro tanto piacere. O almeno presumo, considerato che siamo stati messi a lati della fila e abbiamo avuto diritto ad ulteriori domande: "chi ci ha invitati, qual è il nome della pubblicazione, cosa abbiamo fotografato, perché abbiamo scelto Gerusalemme", mi sembrava quasi di dover guardare i miei appunti di viaggi per rispondere loro il più precisamente possibile. Ingenuamente, spiego loro che siamo stati a Gerusalemme per scrivere un servizio turistico sulla destinazione per una rivista on-line. La notizia dovrebbe rassicurare, non si tratta di un reportage particolarmente polemico. Eppure un fastidio rimane, l'antipatica sensazione di pensare che se ci fossimo recati in Isreale per un'inchiesta sui Territtori Occupati o addirittura di passaggio nella Banda di Gaza, il trattamento riservatoci sarebbe stato ancora più severo. Eppure in un paese democratico si dovrebbe essere liberi di muoversi e di informarsi. Il nostro lavoro e le tante recensioni di hotel sono lontani anni luce dal lavoro del reporter inglese Rober Fisk: ma anche se fosse stato il contrario, cosa importerebbe a degli agenti della securizza aeroportuale?
Eppure, a quanto pare, scrivere su Israele è qualcosa da tenere d'occhio, che sia per una guida o per un servizio geo-politico. In seguito, entrambi, il fotografo ed io, abbiamo avuto diritto a un controllo minuzioso della valigia da mettere in stiva - come tutti gli altri viaggiattori - ma finita l'ispezione siamo stati accompagnati separatamente al check-in. Un comportamento, questo, personalmente riservatoci. A quanto pare, per i controlli israeliani, ero potenzialmente pericolosa. Non ho ancora capito perché. Meno male che non ero in ritardo e che avevo preso appunti. L'esame l'ho passato a pieni voti visto che mi sono imbarcata sul mio volo come previsto. Ma con la sgradevole sensazione di essere passata sotto giudizio, senza veramente conoscere il capo di imputazione. Viaggi? Turismo? Giornalismo? I dubbi non mi sono stati certo chiariti dall'agente della security, che non ha riposto a nessuna delle mie domande. Si vede che, in un gioco di ruolo invertito, si avvaleva del diritto di rimanere in silenzio.
V. Maiella.
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